25 febbraio – In memoria di don Josef Toufar

Pubblicato il 24 febbraio 2016

di Tiziana Menotti

La sera del 28 gennaio 1950 due uomini bussano alla porta della canonica di Číhošt’, il piccolo villaggio boemo dove poco più di un mese prima, l’11 dicembre 1949, è avvenuto un “miracolo”: la croce posta sull’altare della chiesa si è mossa durante l’omelia del parroco don Josef Toufar. I due si presentano come giornalisti e chiedono di vedere il parroco e naturalmente la chiesa e la croce. In verità sono due agenti della StB, la Polizia segreta cecoslovacca, venuti a Číhošt’ per arrestare Toufar assieme ad altri dieci compagni che attendono in strada, nel buio, per prendere in consegna il sacerdote e condurlo in auto nel carcere di Valdice, non lontano da Praga.

La notizia del miracolo si è sparsa in fretta in tutto lo Stato, attirando ogni giorno a Číhošt‘ decine e decine di persone, tra cui molti sacerdoti, non da ultimo mons. Ottavio De Liva, internunzio apostolico presso la Nunziatura di Praga. Tutto ciò irrita il regime che, esclusa l’ipotesi imbarazzante e fastidiosa del miracolo, preferisce considerare il parroco l’unico autore del fenomeno, un vile imbroglione che, tramite un congegno di molle ed elastici, ha tentato di sovvertire l’ordine della Democrazia popolare cecoslovacca.

In carcere, dove viene messo in isolamento, il gruppetto degli agenti investigativi della StB capeggiato dal cinico Ladislav Mácha, cerca, dapprima con le buone maniere, di estorcergli la confessione del presunto imbroglio, ma poiché Toufar è irremovibile nella sua versione dei fatti, ricorre alla violenza, a torture prolungate e di indicibile ferocia. In una fredda notte di febbraio, dopo circa un mese di detenzione, quando ormai don Toufar è in fin di vita per via dei gravi problemi di salute sopraggiunti a causa delle percosse e dello stress, lo riportano nella chiesetta di Číhošt’, dove lo attende una squadra di tecnici della StB: hanno ricevuto l’ordine dall’alto di girare un filmato, protagonista don Toufar, da proiettare poi in tutta la repubblica a scopo propagandistico e denigratorio nei confronti del sacerdote, del Vaticano e della Chiesa.

Il giorno dopo, 25 febbraio 1950, don Toufar viene portato d’urgenza in una clinica di proprietà dello Stato, dove si tenta di salvargli la vita. Lo scopo non è certo di tipo umanitario, ma puramente politico: lo si vuole infatti vivo e in buona salute per sottoporlo a quel maxi processo-farsa che si intende approntare al più presto contro di lui, non solo per screditarlo, ma per infliggere un duro colpo al Vaticano e alla Chiesa cattolica nella guerra senza quartiere che il regime sta combattendo contro di loro.

Don Toufar muore lo stesso giorno: non ha confessato nulla perché non ha fatto nulla, rimanendo fedele a Cristo e alla Chiesa. Seppellito sotto falso nome in una fossa comune di un cimitero di Praga, i suoi resti saranno riesumati solo nell’autunno 2014 e sepolti cristianamente nella chiesa di Číhošt’ il 12 luglio 2015.

La storia di questo martire, di cui è in corso la causa di beatificazione, è raccontata nel libro di Miloš Doležal Come se dovessimo morire oggi (coedizione Itaca-La Casa di Matriona).

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