Lo sguardo di Nijolė su Pordenone

Pubblicato il 25 gennaio 2017

di Roberto Castenetto (Centro Culturale “Augusto Del Noce” – Pordenone)

«Qual è il compito che si ha dopo aver visto una cosa bella? Continuare a guardarla e poi raccontarla a tutti». Esordisce così Paola Ida Orlandi, insegnante di greco e latino a Pesaro, durante l’incontro di presentazione del libro Il cielo nel lager (Itaca, 2016), in cui ha raccontato la storia di Nijolė Sadūnaitė, una dissidente lituana oggi quasi ottantenne, le cui vicende hanno affascinato una platea di trecentocinquanta studenti dal primo al quinto anno degli istituti Kennedy, Perini, Mattiussi, Leopardi-Maiorana e Grigoletti, che ospitava l’evento.

Si è trattato della prima iniziativa prevista nel nutrito cartellone per la Giornata della memoria, organizzato dal Comune di Pordenone e in questo caso proposta dal Centro culturale “Augusto Del Noce”, come ha ricordato l’assessore Alessandro Basso, nel saluto iniziale. Ma che cosa c’entra la bellezza con i lager? Molti sono rimasti spiazzati, perché si aspettavano discorsi sul male assoluto, sulla morte di Dio, sulla scomparsa di ogni traccia di umanità. E invece no. La bellezza ha dominato la scena. Una bellezza incarnata da una donna indomabile, arrestata dai sovietici nel 1974, condannata a tre anni di lager in Mordovia e a tre anni di confino in Siberia, per avere riprodotto e diffuso il giornale clandestino «Cronaca della Chiesa cattolica in Lituania», e poi ricercata dal Kgb per tutta la Russia, fino alla caduta del regime comunista, sempre per la sua attività in difesa della libertà di coscienza e di religione.

«Durante un periodo di insegnamento in Lituania, sono rimasta colpita da come Nijole raccontava le proprie vicende – dice Paola Ida Orlandi – e soprattutto dal fatto che è una persona libera dall’odio». Per far capire meglio chi è questa donna, capace di smuovere il cuore di tante persone, racconta ai ragazzi che nello scorso novembre, quando Nijolė è venuta in Italia a presentare il libro, c’è stato un incontro casuale con un mendicante nigeriano, all’entrata di una chiesa. L’anziana si è scusata, dicendo in lituano che non aveva nulla da dargli. Quando è uscita di chiesa, il nigeriano era ancora lì, ad aspettare. Allora la Orlandi si è sentita in dovere di dirgli che non si sarebbe dovuto illudere, perché neppure lei aveva soldi. Ma al giovane di colore non interessava l’elemosina: si era avvicinato di nuovo alle due donne per rivedere il volto di Njiolė.

Durante il processo, avvenuto in modo del tutto illegale e senza testimoni, la dissidente lituana ha iniziato la sua autodifesa con queste parole: «Voglio premettere che amo tutti come miei fratelli e sorelle e che, se occorresse, non esiterei a dare la mia vita per ciascuno di voi. Oggi questo non è necessario; c’è però una dolorosa verità che va apertamente riconosciuta. Si dice che soltanto chi ama abbia il diritto di biasimare e di criticare l’oggetto del suo amore».

Una personalità, quella di Nijolė, formatasi grazie a genitori eccezionali e ad amici-testimoni eroici, come il sacerdote Petras Rauda o il vescovo Teofilius Matulionis che, dopo anni di lager, dice di «essere grato a Dio di avere potuto soffrire per Cristo». Una figlia di quella Lituania che, dalla fine del XIV secolo, si è identificata con il cattolicesimo, come ha ricordato Michele Casella, docente del Leo-Major, nella sua introduzione storica all’incontro.

Una Lituania che ha ancora vive le ferite del vicino passato e che subisce come tutti la crisi delle evidenze, oltre che gli effetti della globalizzazione economica. Ma una Lituania in cui permangono i segni di una bellezza mai scomparsa, come la celebre Collina delle croci, la Porta dell’Aurora, a Vilnius, con l’icona della Madonna della Misericordia, meta di continui pellegrinaggi, e come il volto di Nijolė, capace di cambiare lo sguardo di chi incontra e anche di chi la conosce indirettamente, attraverso la testimonianza di altri o un semplice docufilm, come quello allegato al libro e proiettato in molte classi in questi giorni.

 

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