Il card. Angelo Scola cita Marco Gallo

Pubblicato il 2 marzo 2017

Martedì 28 febbraio l’Arcivescovo di Milano, Card. Angelo Scola, ha presieduto in Duomo la celebrazione del XII anniversario della morte del Servo di Dio Mons. Luigi Giussani.

Durante l’omelia il cardinale ha speso parole sul significato della vita, della sofferenza, della morte e del tempo e dalla liturgia della Messa per “Maria vergine Madre del bell’amore”, che «descrive la vocazione e la missione del cristiano in termini di bellezza e di pellegrinaggio», arriva dall’Arcivescovo l’ulteriore consegna a «essere consapevoli della meta» di tale viaggio terreno. «Il Servo di Dio Luigi Giussani ha educato non poche generazioni a guardare alla vita eterna non solo come al traguardo finale, ma a riconoscerne gli anticipi fin nel centuplo quaggiù. Il centuplo è quell’irruzione dell’eterno nel quotidiano che non può essere confuso con il potenziamento delle nostre forze, neppure dei nostri desideri. È una stabile novità che alimenta e dà all’esistenza personale, ecclesiale e sociale il dolce sapore del dono. Il centuplo quaggiù, come caparra della vita eterna, è in definitiva, il rapporto con Cristo presente: «Omnia nobis est Christus», afferma il nostro padre Ambrogio. Cristo, il Suo pensiero, i Suoi sentimenti, sono tutto per noi. Lo aveva già capito, a 17 anni, un giovane amico quando, pochi mesi prima di morire, scriveva: «Esclusa una falsa e distrattiva via di mezzo, o Cristo si rifiuta o diventa il punto fermo» (Marco Gallo, 19 marzo 2011). Il punto fermo!
La fatica, il dolore, ogni genere di prova, e persino la stessa morte non sono obiezione alla felicità propria della vita eterna, che è, lo ripeto, l’al di là anticipato del centuplo quaggiù. Non ne spengono il fascino con la malinconia dolorosamente annoiata o, all’opposto, con il nichilismo gaio che frustrano la sete di bellezza propria di ogni uomo e di ogni donna ad un tempo totale e accessibile, umanamente conoscibile e amabile».

La frase di Marco Gallo ripresa dal Cardinal Scola si trova a pag. 98 del libro “Marco Gallo, anche i sassi si sarebbero messi a saltellare”.

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