Irma Meda. Una donna per le donne.

Pubblicato il 21 novembre 2017

«15 aprile 1957. Apertura “Piccola Casa Famiglia”. Ore 17.30 Don Luigi Corti, Assistente Ecclesiastico, benedice la Piccola
casa». Così sessant’anni fa Irma Meda appuntava sulla prima pagina di un quadernetto la nascita della sua Casa della Giovane.

Siamo a Ponte Chiasso, periferia di Como, a pochi passi dalla dogana. Tante le giovani lavoratrici frontaliere che ogni giorno vanno e vengono dalla Svizzera. Molte di loro, alla sera, rientrate in Italia, non hanno nemmeno un tetto per dormire e
si riparano in rifugi di fortuna: una vera emergenza che negli anni Cinquanta non era percepita in tutta la sua drammatica consistenza. Finché una mattina, in un sottoscala, viene trovata una ragazza di sedici anni, morta, forse di freddo.
Di fronte a questa tragedia, una donna di forte fede, Irma Meda, si mette in moto e nella ex sede di una fabbrica di biscotti che aveva cessato l’attività dispone letti per una decina di ospiti. È proprio quel 15 aprile 1957 che la Casa della Giovane apre i battenti e da allora, fino ad oggi, ospiterà centinaia di studentesse, operaie, immigrate, madri sole con i loro bambini, donne che versano in situazioni di abbandono, disagio, povertà, maltrattamento.
Oggi, fra le pareti della Casa di via Catenazzi, in un ambiente diverso e rinnovato, rimane però quell’abbraccio autentico delle origini, quella stessa sensazione di sentirsi “a casa”, quella concreta speranza che ha segnato tante vicende umane.
Io ti porto a casa è un libro che fa emergere, nei racconti dei protagonisti, l’umanità di una donna che ha dato tutta sé stessa per servire il bisogno di giovani donne, generando una storia viva ancora oggi. Un percorso dove esperienze, sentimenti,
ricordi, dialoghi suscitano stupore e rinnovano la contagiosa intuizione di un amore incarnato, credibile, concreto.

«Ciò che mi ha sempre colpito di questa casa è l’originalità del carisma, cioè un chinarsi sul dolore tipicamente femminile. Mi ha colpito l’essere un’opera delle donne per le donne. Penso alle due fondatrici, due donne ben concrete che hanno
vissuto pienamente il loro tempo e che in un’amicizia, divenuta vocazione, hanno scoperto una pienezza di vita servendo il dolore femminile. Per me non si tratta soltanto di volontariato, ma di un servizio che diventa incontro e che ha fatto il
miracolo di questa casa. E che ancora oggi mi aiuta a tornare a casa, ad essere più mamma, più sposa, più figlia» (Cinzia, volontaria).

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