Una lettura per l’estate in regalo per te!

Pubblicato il 3 agosto 2017

Al mare, in montagna, al lago o in città, in vacanza o al lavoro… non importa in quale condizione ti trovi… è sempre tempo per una buona lettura. Per questo Itaca ha pensato di farti questo dono…

Capitolo 1

L’amore ai tempi della tac

Perché cambiare

Da molti anni mi occupo del cambiamento come scienza e come «mestiere», con i pazienti e con le imprese, le persone in cerca di felicità e le aziende in cerca di strategie per sopravvivere. Del change come possibilità di trovare strade nuove, alternative di vita, modi di «vedere» i bisogni in funzione dei desideri.

Ho sempre considerato il sintomo psichico e psicosomatico come un segnale forte, un crittogramma non solo dell’inconscio, una nota stonata in una melodia da ritrovare. Il sintomo è un segnale per cambiare, una strategia atta a modificare i comportamenti sia nelle famiglie che nelle aziende. È una scrittura che prende corpo. È una comunicazione di cui dobbiamo decodificare il senso e il segno. Una strategia di comunicazione che il paziente adotta nei confronti del gruppo familiare o lavorativo.

Il sintomo ti appare nella vita per segnalarti che sei su una pista troppo battuta e forse sbagliata. Arriva per dirti che devi cambiare. In questo senso è benefico, perché ti dice: «Basta!». È una svolta, il sintomo, che ti fa male, ma da cui puoi risorgere, come nelle aziende. I sintomi sono dunque il necessario pedaggio da pagare per il cambia-mente. La vita richiede una riorganizzazione e una ri-negoziazione continua dei centri cerebrali e dei flussi neuronali che gestiscono emozioni, punti di vista, sensazioni, obiettivi: come quando ci si innamora e si deve ripartire quasi da zero per conoscersi, collegarsi, ri-conoscersi e riconoscere sé stessi nuovi.

L’amore genera, oltre che salute, anche una mente generosa. Essa ci permette di apprendere, addirittura ci dà gioia nell’apprendere. Tanto che l’ossitocina (ormone rilasciato in fase di innamoramento) è chiamato anche il modulatore dell’impegno. Innamoriamoci del futuro, prendendo i sintomi come crisi e la crisi come sintomo e come sfida, per dare nuove accelerazioni a pensieri e azioni. Se così faremo, moduleremo i nostri cervelli in maniera plastica per i tipi di difficoltà che ci aspettano e sapremo superare gli ostacoli. Altrimenti i primi ostacoli saremo noi, le paure, le insicurezze, la mancanza di speranza, il nero con cui tingere ogni cosa.

 

Mi ricordo Maria Concetta che decise di cambiare vita dopo una brutta malattia. Mise su un atelier d’arte vicino a Spino d’Adda. Chiamò pittori della luce, ecologisti in erba, disegnò il «Nodo dei sogni», centro per l’arte e l’ambiente. Guarì dal mal di vivere che era diventato melanoma. E divenne, con la sua casa, fulcro di attività varie, che partivano da cultura, natura e arte. Tutto si trasformò in dolcezza e cambiamento nella sua vita. Persino i mobili di casa sua non volle più vedere e li fece lei stessa con le sue mani, più rotondi, come i vecchi trumeau della nonna, più dolci: meno razionalismo, più pittura. Tornarono il sorriso e la speranza. La carta giocata era la vita. La vita, ora, in quelle stanze, continua in modo più sinuoso, fra le pieghe dell’Adda.

 

Mi ricordo anche un’azienda, con sede vicino ad Alessandria. Tutto filava liscio. Improvvisamente una crisi di leadership, fra il padre e il figlio. Avevano costruito muro contro muro. Il primo ad accorgersi di questa de-generazione fu il project manager, la persona appunto che si prendeva cura del futuro dell’azienda, e che mi contattò. Mesi e mesi di riunioni centrate sulla comunicazione sul e del gruppo; chi stava con chi e per quale motivo. L’azienda si era spaccata come quando due si separano. Da una parte il padre con alcuni collaboratori, dall’altra il figlio, quasi solo. La guerra, la competizione era dentro, e non solo fuori, come capita anche alle migliori famiglie. Ora l’azienda va a gonfie vele, perché la crisi ha dissolto quei nodi comunicativi, quei silenzi e quei musi, quegli sbarramenti comunicazionali che relegavano il ruolo di ciascun membro dell’azienda all’oppositività e dunque alla stagnazione produttiva.

 

Anche l’azienda è una famiglia. Le dinamiche psicologiche e comunicazionali sono le stesse. Per questo hanno bisogno ogni tanto di una cura.

Cosa succede quando stiamo male?

Quando siamo giù di morale, siamo di cattivo umore o depressi, la plasticità del cervello s’interrompe, s’irrigidiscono gli arti (il colpo della strega), si blocca il nostro cervello «intestinale», o dà segnali di dolore, si fermano i nostri comportamenti interattivi, e sul piano biologico e organico si abbassano le difese immunitarie. Non apprendiamo più: ma anche questo dis-apprendimento è preludio al cambiamento. Per cambiare mente, dunque, dobbiamo paradossalmente stare male nella vecchia pelle, guarire dai vecchi sintomi, cambiare dinamiche, modi di pensare il futuro, oltre che di riguardare il passato. Come i bruchi, da cui escono le angeliche farfalle. Dobbiamo sdoganare le abitudini che ci atrofizzano il cervello. Conoscere meglio i sintomi per combatterli.

La mente e il sistema psicologico e affettivo sono correlati e in continua trasformazione, a seconda delle relazioni, delle comunicazioni, dei comportamenti, della vision e della rappresentazione o del giudizio che una persona ha di sé, della forza iconica e simbolica della cultura che possiede, della passione che rafforza il pensiero in un circolo virtuoso di straordinaria potenzialità evolutiva.

Conoscevo un manager, casa di sicuro effetto, tutta spigoli bianco e nero, firmata da un architetto di punta. La figlia Sonia si ammala di sclerosi: la prendo come paziente, certa che sotto la depressione di una figlia dimenticata nasca tanto fuoco da riattizzare, tanta affettività da far emergere dal rapporto, molte parole che chiedono di riaffiorare. Chiedo al padre di cambiare tutto in quella casa e di incaricare la figlia di arredare quegli interni così freddi impersonali, anaffettivi. Contemporaneamente ai colloqui che avvenivano nel mio studio, chiedo a Sonia di darsi da fare con imbianchini, tappezzieri, mobili presi in negozi anche di seconda mano. Il budget era basso, in modo da stimolare l’allegria mentale della ragazza.

Tre mesi dopo la casa era tappezzata di vecchie foto, soffici cuscini, pizzi antichi. Assieme a nuove icone, foto di attori, paesaggi incantati. Era rinato il legame e con esso il soffio della vita.

Aver rinnovato la propria casa ha ridato fondamento e radici a Sonia. Arrivate le endorfine (ormoni del piacere), si sono alzate le difese immunitarie, sono stati secreti i neurotrasmettitori del benessere, elementi deputati a valutare il tono dell’umore, che a sua volta rafforza le difese immunitarie. Il clima emotivo in famiglia si è riscaldato: c’è voluta la sclerosi della figlia perché il padre mettesse in campo tutte quelle cure e si assumesse le responsabilità fino ad allora disattese!

La sclerosi di Sonia, ragazza di ventitré anni, si è fermata alle prime fasi.

Il darsi da fare per qualcosa, prendersi impegni, lottare per un obiettivo, rendersi utili colora la vita, tonifica, ci mette in comunicazione, ci ridà il sorriso, che è il primo benvenuto per tutti. La passione emotiva e affettiva, la spinta motivazionale, l’entusiasmo contagioso sono un fattore biologico primario, nutrimento per l’architettura emozionale del cervello, per la sua neuro-plasticità. Senza amore muoiono parti del cervello, che a sua volta disinnesca reti neuronali, che abbassano le difese immunitarie, che a loro volta secernono ormoni killer, in un circuito che si autoavvita.

Ecco perché i sintomi, siano essi familiari o aziendali, sono sentieri impervi, ma numinosi che ci chiedono di fermarci, per riscoprire il daimon, il talento, l’energia vitale bloccata, la connessione che si è spenta, l’amore che hai perduto, la ferita che è rimasta aperta. Star male è il primo segno di una strategia globale di cambiamento (cambia-mente) della vita: il paziente diventa un «senziente» poiché sente che il sintomo gli sta sussurrando qualcosa che non vuole o non sa capire. Dipende anche da te come guarire, che strada prendere. La tua medicina è il modo di affrontare la vita e la morte. Il tuo cervello è «infinito», come dice Norman Doidge, psichiatra canadese autore de Il cervello infinito. Alle frontiere della neuroscienza, dal sottotitolo significativo: Storie di persone che hanno cambiato il proprio cervello (Ponte alle Grazie, Firenze 2008): usalo attraverso parole nuove, approcci diversi ed entusiasmanti, colori e movimenti, anche di danza del pensiero.

Così è anche per le strategie d’impresa: se un’azienda sta male, non sono solo i conti che traballano, ma sono soprattutto la carenza di progettualità e di obiettivi, di vision, il know-how tecnologico fermo, le mancate correlazioni esterne, i beni immateriali non coltivati, il blocco cognitivo del capitale umano che la intralciano nel processo produttivo. Come per le madri nel processo riproduttivo. La conoscenza e l’amore per il futuro, il pre-vedere e il «sentire» ciò che sta accadendo, sono dote materna: devono diventare un allenamento (un allattamento?), un modo di nutrirsi, costante per chi lavora e per i «lavoratori della conoscenza».

Il pre-sentire e il prevedere sono visioni corrette della mente: non rifiutiamoci di ascoltarle! Per questo nelle grandi e piccole aziende stanno facendo selezione al femminile anche a livello apicale. Gli antichi usavano questo tipo di cervello per qualsiasi funzione: in quel caso la mente diventava pro-cre-attiva, cioè creava prima attraverso le rappresentazioni mentali. I romani non avrebbero fondato un impero, né Alessandro Magno sarebbe stato così grande senza l’ausilio di questo tipo di «mente» immaginifica, procreattiva, appunto. Nei secoli le persone che hanno usato una mente procreattiva sono state definite visionari. Visionari come Madre Teresa di Calcutta, Ghandi, Martin Luther King. E visionari furono Freud, Jung, Hillman e, più di recente Rita Levi Montalcini e Steve Jobs.

Chi non cambia svilisce, mortifica, inganna, sopisce, sottomette, non ascolta, non rimbalza. Soprattutto ignora che l’insula, piccolissima porzione della corteccia cerebrale, ha la capacità di prevedere intuitivamente, di avere dei pre-sentimenti utili per la conoscenza del futuro.

Tutto ciò è diventato scienza.

Alex, vent’anni, figlio della ricca borghesia milanese, alla fine del 2008, diceva ai suoi genitori: «Togliete tutto dai fondi, ci compriamo una campagna e ci piantiamo cavoli biologici come in Bulgaria». Poi vedremo… Lo hanno preso per pazzo e delirante. Gli assistenti e i direttori dei fondi e delle banche dicevano: «Ma lei è matto, proprio adesso che – vede i grafici – si guadagna bene… non vorrà mica?», e così tutti a far coro. «Sei il solito ansioso, non ti fermi mai, non puoi restare mai nello stesso posto…». Insomma, più la sua mente anticipatrice parlava, più gli altri lo maltrattavano come un idiota che ha le traveggole. Le cose andarono male per il patrimonio della famiglia, ma il fatto più incredibile fu che nessuno riconobbe, almeno dal punto di vista morale, la capacità di Alex di prevedere le cose. E non era la prima volta. È un tipo di maltrattamento riservato di solito a un «giovane» che si permette di dare consigli ritenuti visionari ai genitori o ai collaboratori e ai dirigenti. Viene messo al bando o diventa la pecora nera.

Spesso succede nelle aziende di tipo familiare, si parla di gap generazionale. Ma è qui il punto: il sogno, la capacità di prevedere, progettare, cambiare approccio al problema, non staccandosi dalla realtà, l’abilità di intravvedere una terza strada vince nella vita professionale come in quella personale. Un giovane è più vicino al futuro: bisogna ascoltarlo se, competente, sa prevedere gli avvenimenti. Ma nessuno lo ascolta. Per questo spesso si deprime, si sfiducia, si ammala. O si sposa male. La sua mente è troppo avanti rispetto al conformismo e viene delusa.

Usa invece il tuo cervello umorale, flessibile, sentimentale e avrai possibilità infinite di risolvere i problemi, come le madri con i figli. Da poco tempo si è scoperta la straordinaria plasticità e fecondità mentale delle donne[1], che sentono, decidono, sono dotate di senso decisionale e protettivo, di intuizione istintiva per salvare i loro piccoli: soprattutto sono allenate a risolvere mille cose contemporaneamente. Abituate agli sbalzi di umore, proprio per via dei loro ormoni e del loro tipo di cervello (il «cervello ormonale»), sono dotate di resilienza, di una propensione biologica e psichica al cambiamento e al rimbalzo, per compensare con il «fare» il «non avere» o il sentire sé stesse culturalmente inferiori rispetto agli stereotipi sociali che le riguardano. Esse sono infine dotate di corpo calloso (la Sella di Sylvius), che permette l’interazione fra i due emisferi cerebrali: la nascita del bisogno e della necessità di comunicare è legata fisiologicamente all’originarietà del loro stesso cervello. Inoltre, hanno instaurato reti di comunicazione fin dall’inizio della civiltà: il nostro secolo ne è la sostanziale riproduzione virtuale. Eppure, a dispetto delle loro carriere, non è ancora cambiata la loro subalternità psicologica nei confronti dei loro partner.

La mente del terzo millennio sarà dunque umorale, in quanto «sente» e «pre-sente» oltre che ragiona; se la conosciamo bene, e la sappiamo usare, una mente sentimentale e sensoriale. Femminile, flessibile e «cangiante»[2]. Per la capacità di prevedere, preoccuparsi, trovare soluzioni grazie all’insula e alla corteccia prefrontale (che integra le percezioni sensoriali), nonché all’amigdala, piccola porzione cerebrale a forma di mandorla (che opera una lettura affettiva degli eventi).

Certo il quadro di riferimento, la società, non solo continua a cambiare, ma ha dovuto subire improvvisi cedimenti, fino alla totale caduta di qualsiasi punto fermo relativo alla sicurezza dei «valori» intesi come punti fermi, imprescindibili. È tutto diventato mobile, liquido, relativo. La realtà e il futuro, lungi dall’elargire promesse, sono vissuti come minacce.

La sicurezza emotiva ed economica è stata minata alla base. Il cambiamento è epocale. Si parla di a-crescita e di decrescita. È arrivato forse il tempo della lumaca? Se così fosse, siamo preparati psicologicamente a partire da zero? Avremo la necessaria forza di sacrificio? Sapremo utilizzare la mente circolare, internet e amore? La «casa» interna, se prima era sopraffatta da depressioni e insicurezze, oggi brucia letteralmente, poiché sono state bruciate le risorse naturali e le risorse intellettuali, nell’incapacità di gestire, contenere, «vedere» uno sviluppo «sostenibile». Sostenibile da chi e per che cosa, sembra essere ora la domanda.

Quali segnali mandano oggi la terra e la sua popolazione? Quali sintomi sviluppano le persone, figlie di questo tipo di civiltà? Paura e depressione dicono che sono pochi i segnali di ripresa della persona e troppe le informazioni: una nebbia psicologica sembra incombere sul mondo. Ma anche una grande sete di cambiamento: preludio di nuovo rinascimento culturale e dunque economico.

I conflitti interni, che un tempo erano (secondo il mito di Platone) il cavallo nero e quello bianco, governati da un auriga che rappresentava la padronanza di sé, la forza dell’Ego, si sono come esternalizzati, con il risultato di avere trincee emotive da mettere ovunque, dentro e fuori di noi. Dal fantomatico «nasci, produci, crepi» siamo arrivati al «nasci, consumi, crepi». Quale sarà la terza strada? Siamo in un momento in cui le vecchie glaciazioni si sciolgono e arrivano le nuove desertificazioni. È ora di rinascere, nel sentire, nel pensare, nel costrui­re, nel creare. Se non puoi cambiare il vento, aggiusta le vele.

Da dove ripartire

Ma da quale mare, o male, possiamo ripartire? Dall’esame dei sintomi che abbiamo sviluppato finora: dagli errori, che sono occasioni di cambiamento. Dalla forza dei sintomi. La crisi è antropologica e dunque rimettiamo al centro l’uomo. Partendo dall’analisi del significato dei sintomi, possiamo capire l’humus che li ha generati: giovani che rifiutano il cibo (forse non solo quello familiare), che lo vomitano, che preferiscono ingoiarne altri dosi, tossiche, e che in questa maniera ci raccontano tutto il vuoto, la solitudine, la mancata tensione verso «altro», l’assenza di limiti e di fermezza di scuola e famiglia.

Adolescenti che si mutilano per sentire di essere vivi, avendo tutto e niente. Che bevono, si ammazzano, stuprano. Che cercano la morte nei rituali di danza scontrandosi con le automobili lanciate a velocità folli alle quattro di mattina, inconsapevoli di quanto valga la vita. Genitori incapaci di dare regole, perché sregolati, che maltrattano perché maltrattati, figli dei loro figli. Città desertificanti, prive di scrupoli nel trattare male i propri cittadini: il degrado ambientale, la mancanza di rispetto di natura, cultura e arte abbassano il limite di sopportazione, impoveriscono moralmente. In queste perversioni di identità e di appartenenze, sintomatiche di confusione fra avere ed essere, ove si rimuove di continuo l’angoscia di morte, di perdere e dunque di cambiare, sta la morte dell’anima. E dunque, la morte della civiltà. L’autoreferenzialità è diventata un valore a sé stante.

Il grande Ego post-moderno e post-industriale si è schiantato all’inizio del terzo millennio in una grave crisi: è arrivato il momento del limite? Al culmine del tutto-e-subito e dell’onnipotenza produttiva e consumistica si è passati, in maniera maniaco-depressiva, a un momento di lutto collettivo, allo schianto di speranze derivate anche da… derivati, risparmi negati e bruciati, dove solo i valori dell’anima, dell’affettività e del senso equilibrato di un futuro economico (che deriva da oikos, casa) da sharing-economy sono fonte di riserve, risorse, futuro. Un tipo di economia che, se da una parte ci porta a Marte grazie all’ingegneria spaziale e alle nanotecnologie, dall’altra ci promette, umanamente, un ritorno a barbarie di ogni tipo, ad analfabetismo sentimentale e culturale come gli hikikomeri ci stanno indicando, con i loro comportamenti passivi, quasi decelebrati.

Un caso clinico: aplasia midollare simplex

Aplasia midollare simplex: questo è il nome della malattia che aveva Lucia, ragazza di diciassette anni. Una diagnosi che salta alla gola della mamma e che sembra dilaniarla, le mozza il fiato e la lingua. «Lo sapevo che prima o poi…» dice la madre: la diagnosi diventa una morte annunciata. Annamaria, quarantacinque anni, è una donna eternamente preoccupata. Il suo modo di amare era di preoccuparsi. Si era preoccupata, inutilmente, per i suoi genitori. Ora, è certa che non ci sarà via di uscita.

A vent’anni perde il padre colpito da ictus, a ventotto la madre morta per «una brutta malattia». Per fortuna a trent’anni si sposa con Alberto, ingegnere del genio civile, forte, protettivo. La loro vita di coppia e di carriera si svolge con i tempi di uno sviluppo graduale, ma consolidato. Alberto è spesso via per lavoro, così quando arriva Lucia Annamaria se la coccola, ma ha sempre paura che le succeda qualcosa, per cui si preoccupa per ogni nonnulla e tende a coprirla troppo, a temere tutto, a tenerla in casa, lontana dalla gente. La figlia è l’unica cosa che ha al mondo, le sta addosso in maniera ossessiva. Ha ancora sensi di colpa per non essere riuscita a salvare i genitori e una brutta depressione, non diagnosticata, dunque non curata, ma «compensata» dalla serie di lavori che la occupano. In realtà, ha paura di perderla. Inizia a sviluppare, senza volere, un delirio lucido in cui sospira dicendo: «Chissà cosa le succederà… un giorno o l’altro…». Profezie che si autoinverano e sindrome di Münchhausen.

Lucia vive tra i sospiri della madre e le direttive (per contrasto) del padre, cui non rimane che cercare di rimediare, per far reagire la figlia, invogliandola a praticare sport forti. Ma la madre, di rimbalzo, si lascia scappare la frase: «Tu me la ucciderai, la bambina, con questi metodi» (!).

Con una vita così protetta, Lucia non ha energie e forze per crescere in maniera sana e robusta, non può acquisire adeguate difese immunitarie. Annega nella sua depressione di bambina viziata, ma anche isolata, in cui si spegne anche la speranza di eccellere. Lucia dunque cresce fra continue virate d’umore, bisticci e litigi a causa sua. Vorrebbe scomparire, così che i genitori smettano di litigare. Infine una notte sente dire al padre che, se le cose fossero andate avanti in quel modo, se ne sarebbe andato via di casa.

Queste le premesse anamnestiche. Ora che la diagnosi era arrivata, la madre si diceva: «Lo sapevo, lo sapevo che le sarebbe successo qualcosa. Vedi che avevo ragione io, che la bimba era cagionevole e fragile». E così, lungi dal vedere i sintomi della figlia come prodotto di proiezioni negative e infauste dovute alla sua depressione, nonché di aspettative distruttive (che tolgono il fiato e, qualche volta, la vita), la madre la vede già morta. Vedendola già morta, non dando speranze di esito positivo alla figlia, ne acuisce la depressione.

Quando i genitori richiesero il mio intervento per la sintomatologia depressiva della figlia, capii che i rami secchi da tagliare erano prima di tutto l’angosciata previsione di morte della madre e le sue infauste profezie, che avrebbero abbassato ulteriormente le difese immunitarie della figlia. Per questo decisi di prendere in terapia il nucleo familiare, per cambiare i ruoli e le proiezioni che a specchio sarebbero rimbalzate sull’esito, già ritenuto negativo, della malattia. Aria nuova, circolazione di idee, stimoli, allegria mentale avrebbero dato ossigeno al corredo sintomatico. Il cambiamento dei giochi di ruolo della famiglia avrebbe significato sottrarre Lucia dall’eclisse di fiducia e restituirla alla vita. La malattia era un pezzo di puzzle che mancava per completare il disegno della vita o era il puzzle che era impazzito? Avevo già rilevato quanto il peso delle aspettative, e delle profezie negative, influenzasse il decorso delle malattie, non solo di quelle cosiddette psichiatriche, ma anche di quelle organiche. Lo vedevo soprattutto nel rapporto madre-bambino. Alle troppo elevate ansie corrispondevano le febbri dei figli, in un cortocircuito pericoloso per entrambi, per via delle risonanze reciproche (iper-curia). Si era negli anni ’80, all’inizio delle scoperte della pnei (la psiconeuro-immunologia, scienza che mette in relazione il sistema psichico con quello immunologico e nervoso); lavoravo allora all’ist (Istituto Scientifico Tumori) di Genova.

Forte di queste consapevolezze, iniziai un lavoro di motivazione nei confronti di Lucia. Volevo sconfiggere il male in toto e, se la malattia era un comportamento, bisognava che anche noi tutti curanti cambiassimo modo di fare con la paziente. Basta con la passività e il compatimento vittimistico: era importante trasmettere obiettivi realistici, traguardi da raggiungere.

Fatta un’accurata lettura del passato della famiglia di origine di Lucia, con la depressione della madre che era arrivata a colpire la mia paziente in piena infanzia, mi detti da fare per assegnare compiti concreti sia a Lucia che alla famiglia. Chiesi alla mia paziente di adottare strategie diverse del vivere per colpire il bersaglio: doveva guarire grazie a una nuova contagiante capacità cre-attiva e comunicativa. Doveva smettere di fare da madre a sua madre. Uscire dalla rabbia del suo mutismo. Lucia era timida, inibita: doveva imparare a tirar fuori tutto con me, anche le cose più segrete e indicibili. Doveva diventare più capace di decidere, di darsi da fare, più autonoma.

Le spiegai che un ambiente moralmente freddo e quindi debilitante inibisce il rilascio delle dopamine, gli ormoni della felicità, aprendo le porte a qualsiasi patologia organica, oltre che psichica. Talvolta i sintomi, anche i più gravi, sono strategie sotterranee all’interno di una vita fatta di squilibri affettivi, obiettivi mancati, strade sbarrate. Sta al terapeuta e al paziente decidere come decifrarli, cosa significano all’interno dell’eco-sistema familiare, quali «parole» vogliono dire e a chi[3]. Che cosa voleva «dire» al mondo Lucia con questo crittogramma dell’inconscio, con la sua leucemia? Voleva uscire dalla sua depressione, dalla sua solitudine di figlia unica, suo ruolo inconsapevole di madre di sua madre, risolvere i problemi della coppia? O far uscire dalla depressione sua madre, costringendola a reagire?

Iniziai ad avere colloqui con Lucia, a patto che il gioco dei ruoli della famiglia e della famiglia dei curanti fosse cambiato. Ma soprattutto il ruolo delle aspettative e delle profezie che si autoinverano. Dissi inoltre che il ruolo di quella malattia era da leggere come opportunità per tutti di trovare nuove strade, nuovi equilibri, più funzionali ai singoli membri.

La «malattia» come possibilità per tutti di guarire? Era scandaloso ciò che dicevo! Ma, data la gravità della patologia e la fiducia che riponevano in me, Lucia e i suoi genitori iniziarono un lavoro terapeutico a tappe frequenti, seppur brevi. Ogni giorno un sorso di futuro. Un futuro terapeutico. Una sferzata: lasciassero le loro paure, e trovassero il coraggio di pensare in positivo. Una sterzata: il padre doveva fare il raccoglitore di notizie medicali, la figlia sapere bene la lezione di storia, la madre doveva trovare un posto di lavoro part-time, per non portare troppa preoccupazione in ospedale. Un aggiustamento di obiettivo per tutti attraverso riunioni-lampo anche con il personale paramedico e medico per fare il punto della situazione. Questo era il mio piano di lavoro.

La funzione e il significato di quel sintomo erano comunque chiari: Lucia doveva uscire dall’orbita materna e prendere la sua strada, al di là delle aspettative genitoriali, migliorare sé stessa, il rapporto con il mondo, risposare i genitori, portare armonia, tirar fuori l’aggressività e la creatività. La mia giovane paziente era stata come messa all’angolo, in una posizione vittimistica, che la rendeva perdente.

Guarire la madre dalle sue ansie, renderla più autonoma dalla figlia, meno angosciata, rendere meno fragile il rapporto fra genitori, strutturare e potenziare la personalità della paziente in vista di orizzonti nuovi, concreti. Questo rappresentava il mio lavoro terapeutico: come in azienda, talvolta, rimettere a posto ruoli, obiettivi e metodi e soprattutto clima emotivo.

In questo tipo di intervento psicoterapico di ristrutturazione familiare, pur con una paziente così grave, mi feci aiutare da Roberto Perotti, psicologo della famiglia, perché egli riuscisse a contenere le ansie dei genitori e la sottoscritta fosse pronta a infondere energia e fiducia a Lucia. Bel lavoro di squadra! Il non dover più svolgere il ruolo di joker per la famiglia faceva emergere in Lucia tutte quelle energie che, bloccate, finivano per… mangiarle il sangue.

Finalmente non doveva più assolvere alla funzione di cuscino fra i genitori e neppure da corridoio di comunicazione fra i due: doveva capire invece che fare «da grande», quale talento assecondare, quale desiderio, quale passione… Questa visione, l’immagine mentale di ciò che le avrebbe procurato piacere, avrebbe alzato le difese immunitarie di Lucia, avrebbe agito sull’amigdala della paziente, sviluppando più sinapsi, più neuroni, in un cocktail formidabile di salute. L’obiettivo, se circolare e olistico, se investe anima e mente, prende anche e soprattutto il corpo (anche quello familiare): crea il benessere, cioè la guarigione.

Chiesi alla paziente di mantenere il segreto professionale circa il percorso terapeutico, perché potesse concentrarsi sugli studi e non sul suo male come fonte di compassione e comprensione. Le chiesi di non pensare a sé e al suo male (a quello ci pensavo io), ma all’obiettivo, prendere la maturità, farcela. La mia certezza derivava dal fatto che, guarendo la madre dal suo bisogno di curare, curando il nucleo familiare dalla continua conflittualità e ambivalenza, attivando le motivazioni consce alla guarigione di Lucia, la ragazza potesse trovare validi motivi emotivi per aver voglia di vivere. Le chiesi anche di tirare fuori aggressività e grinta nei confronti delle persone che mostravano pietà per lei, come se fosse già… morta. Le dissi anche chiaramente che la sua passività, la sua anemia morale, era nemica del cambiamento. Doveva pettinarsi, mettersi abiti nuovi, insomma venire fuori, allo scoperto: aveva più di diciassette anni! Le chiesi di cercarsi anche un ragazzo. Inoltre doveva dichiarare ai genitori la sua decisione che sarebbe riuscita a guarire: la luce sarebbe entrata nella sua famiglia inaspettatamente.

I suoi genitori ci misero un mese per credere veramente non alla morte, ma alla guarigione della figlia. Soprattutto la madre, affetta da sensi di colpa fin da giovane, sentiva che avrebbe dovuto pagare con questo nuovo dolore il peso dei suoi rimorsi passati. Cominciavo a capire allora che bisognava lavorare almeno sulle «ombre», i fantasmi di tre generazioni. Sui sensi di colpa che rimbalzavano, sui rimorsi, insomma sulle proiezioni reciproche genitori-figli. Lucia avrebbe poi dovuto dire ai genitori che potevano ricominciare ad andare d’accordo. Non avrebbero più dovuto litigare a causa sua e per la sua malattia. Ci pensava lei, con i suoi dottori e con la sua volontà, a tirarsene fuori.

Dimagrito, per così dire, il clima emotivo familiare e para-medicale, enfatizzato da mille angosce, si decise di imboccare definitivamente la strada del coraggio. Della speranza attiva. Della decisione di guarire. Lucia ce l’avrebbe fatta: di questo era sicura e di questa nostra sicurezza interna erano piene le pagine del suo quaderno, ma anche dei miei diari clinici.

Inoltre Lucia trovò il coraggio di pretendere che i suoi genitori, se lei fosse guarita, non si sarebbero separati mai. Li avrebbe ricompensati con la sua guarigione. Si era come suggellato un patto fra me e lei: questo rendeva più facile, nonostante la malattia, l’autonomia delle due generazioni. E così, come nella favola di Pollicino, in cui è il bimbo che porta le briciole di pane ai fratelli e ai genitori, anche Lucia fece da genitore ai suoi genitori smarriti. Durante la malattia la obbligai a studiare per convertire le sue energie in qualcosa di meglio dell’autocompassione. La obbligai ad avere una compagna, durante i giorni del ricovero, con la quale e grazie alla quale si stabilisse un legame, un’amicizia… di sintomo.

Lucia ha oggi trentanove anni e fa il magistrato. Il trapianto? Tre giorni prima della data fissata per l’intervento il prof. B. comunicò alla famiglia che non era più necessario, perché i globuli rossi erano saliti. Si doveva solo controllare che tutto si stabilizzasse.

La famiglia ha fatto di questa gioia un compito sociale. La madre è uscita dalla depressione che non sapeva di avere, la coppia è più stabile e meno litigiosa. Il padre ha organizzato uno dei più accreditati centri di smistamento malati in Centro Italia. Ma nessuno ha dimenticato quella svolta clamorosa: Lucia, da pallida ragazza insignificante, era diventata il simbolo di una guarigione scientificamente provata, di interesse scientifico per altri casi futuri. Non a caso fui l’unica psicologa invitata al I Congresso mondiale Leukemia (Genova 1988), assieme al dottor Roberto Perotti.

Una volta dichiarata la guarigione, fui chiamata assieme allo staff dei curanti dell’ist a rendere nota la vicenda sia all’Università di Marsiglia sia a quella di Ajaccio. Il mio cervello «anticipatorio» e «intenzionale», come direbbe oggi il professor Giacomo Rizzolatti del Laboratorio di Neuroscienze dell’Università di Parma, aveva visto giusto. In quel caso le dimensioni del «guaribile» erano chiare. I miei neuroni a specchio (posso dirlo adesso) avevano colto quell’aspetto d’intenzionalità sana di Lucia, della sua voglia di sfidare il sistema, che le ha permesso di agire terapeuticamente in perfetta sintonia con l’ambiente sia familiare che medicale.

In altri casi, purtroppo, le condizioni dell’ecosistema familiare e del paziente e dell’ambiente affettivo e culturale della persona malata sono così oscure e impenetrabili che non si riesce a capire come trovare il filo, il passaggio, il sentiero luminoso, l’interpretazione atta a sciogliere il nodo, il morbo.

Qual era stato il vero cambia-mente nel caso di Lucia? Il mio cambia-mente di allora mi aveva permesso di entrare in situazioni considerate estreme, incurabili dalla psicoterapia. La sfida terapeutica (la mission impossible) aveva rafforzato le intenzioni terapeutiche di tutti, medici compresi, che all’inizio erano diffidenti. I risultati erano stati… fulminanti!

Non arrendetevi alla decisione, non verbalizzata ma palese, dei curanti. Non arrendetevi alla passività del paziente che, a causa di una diagnosi terribile, si lascia andare. Non arrendetevi alle diagnosi, soprattutto a quelle estreme. Ma quando è necessaria una svolta decisiva per poter cominciare un processo di cambiamento e vivere in maniera più sana oltre che serena? Vale allora la pena di considerare tutti i sintomi come psicosomatici, il lupus, l’artrite reumatoide, le malattie autoimmuni, esiti infelici di infelici situazioni psico-affettive, dove non può nascere il sole di nessuna speranza, sentendosi la persona sola e abbandonata, senza risorse se non quelle della patologia?

Vale la pena di chiedere in fase di anamnesi, al primo colloquio, se una persona si sente abbandonata, infelice, prima di qualsiasi altro tipo di inchiesta? Se credete che basti pensare a un amore finito o al lavoro perduto per vedere illuminare o spegnere una determinata zona del cervello, sarà bene sapere dove, come e quando cambiare.

V’immaginate una cartella clinica con la scritta: è in pericolo di vita perché non si sente amata o perché tradita e abbandonata? Dove all’etiologia, alla causa che scatena il sintomo, sta scritto: malata perché non amata? Perché senza lavoro? Tradita nelle aspettative di vita? I sentimenti sono negati nelle cartelle cliniche, eppure sono loro che al 60% definiscono le patologie, le fanno esplodere, incuranti di diagnosi ed esami. Soprattutto oggi, in tempo di neurocrisi, di crisi di valori e dell’economia, malata di paura. Malata di insicurezza e sfiducia.

Oggi si legge nel cervello come in un libro aperto; sarà bene per tutti esercitarlo, sapendo come interpretare sentimenti e depressioni. Conoscendo le disfunzioni, le nevrosi, le psicosomatizzazioni, le ossessioni che inseguono il paziente, sarà possibile definirne il futuro, le patologie in cui cadrà, anche quelle mortali. Non è solo una questione genetica, ma culturale, sociale, familiare e affettiva. Sarà la scienza del futuro quella della predittività non occasionale ma scientifica (non solo prevenzione), come si fa in vittimologia o frugando fra i Big Data.

Quando mia madre vendette la sua creatura, la meravigliosa rivista per cui aveva speso più di cinquant’anni, sapevo che si condannava a morte. Lo dissi, ma nessuno voleva né poteva crederci, anzi: finalmente in pensione, in pace! Non era quello che tutti volevano? In pace. In pace eterna.

La neuroscienza si sposa con la chimica delle emozioni, con la psicologia e l’umanesimo. È l’alba di un nuovo umanesimo integrale? È possibile un matrimonio fra neuroscienze e sentimenti umani, fra tecnologia e vita? Vediamo. Il futuro sarà nelle mani di chi avrà immagini positive, come dice la fmri, la risonanza magnetica funzionale…. per immagini.

Le visioni positive, la generosità mentale e culturale, la condivisione in tutte le sue forme, l’attenzione, l’ascolto del sentire, la valorizzazione, la premura sono fattori di guarigione, di metamorfosi e di sviluppo biologico e di cambiamento clinico.

Una mia paziente, di Pavia, alla domanda: «Ma come è riuscita a sconfiggere il cancro?», mi risponde: «Parlandogli, come un compagno di strada. Gli chiedevo di riavere mio marito e di farmi vivere fino al matrimonio di mia figlia. E così è stato: mi ha accompagnato fino all’altare di mia figlia e poi è scomparso! Purtroppo assieme a mio marito, ma gli sono grata». Questa paziente, che ora sta benissimo e ha avuto la forza di separarsi dal marito, mi parla del suo male come di un caro amico che la vita le aveva regalato e così lo ha sedato. «Grazie ad essa, alla malattia, adesso sono meno egoista, meno ipocrita, più forte».

Ecco che cosa vuol dire l’amore ai tempi della tac e della risonanza magnetica funzionale per immagini!

Un’altra paziente di Brescia, ventott’anni, infermiera, alla notizia della sclerosi, decise che avrebbe fatto sesso con tutti i medici o le persone che l’avessero guardata, prima di non essere guardata più. Nel giro di un anno era tornata normale, con un’autostima balzata alle stelle e un aspetto meraviglioso.

E per finire, a proposito di quando è necessario cambiare, vi racconto un caso che è segnato ancora da un grosso punto di domanda.

Adolfo è un piccolo grande uomo. Ha combattuto miserie e morte. Dalla Calabria viene su a Torino. Fa il cameriere, poi il ristoratore. Lavora ventiquattr’ore su ventiquattro, ha quattro figli e una bella moglie grassa. Ma cosa gli capita? S’innamora di una giovane filippina seducente, magra, scavata nel volto, con due figlie. L’aiuta in tutte le maniere possibili, come se avesse sette figli da mantenere. Ma intanto s’innamora sempre di più. Comincia a perdere chili, la sera non riesce più a riposare, ma si accascia a dormire tutto il pomeriggio. Alla fine la moglie gli chiede di scegliere fra le due famiglie.

Lo spirito ce l’avrebbe fatta. Il cuore no. La mente, impazzita dal dubbio, sceglie una terza strada: quella di non scegliere né l’una né l’altra possibilità. Decide di non decidere. Gli arriva il cancro al cervello che paralizza la sua capacità decisionale. Ora non sente più la tragedia del conflitto: può non lasciare né l’una né l’altra. Il suo corpo è di entrambe. E così lo regala durante un funerale che è metà Spaccanapoli e metà nenie tristi di filippini in coda con fiori. Metà urla e strappamenti di capelli, metà nenie e fiori senza lacrime.

Scienza? Fantascienza? Potere dell’inconscio o dell’amore? Se non sai come amare, impara![4] Siamo solo ai primi passi di un’epoca in cui finalmente la psiche (l’anima) sposa (o divorzia, nel caso del sintomo) il suo soma, il corpo, e insieme vivono d’accordo, non più nemici di sé stessi. Quando non è così, meglio ripartire dalla psiche, poiché essa, assieme ad affettività e razionalità, sogno e progettualità, è il direttore di orchestra del corpo, della nostra vita.

Il resto, la salute, la fanno gli applausi che diamo a noi stessi e al nostro super ego, la gratificazione che ci diamo e che ci viene data. Lo diceva Rita Levi Montalcini, che amava appassionatamente scienza e conoscenza e asseriva di non avere preoc­cupazioni per il corpo, poiché riteneva che i suoi cent’anni li doveva alla sua forza d’animo, alla sua volontà di scrutare il futuro, alla voglia di passare alla storia. Una goccia del suo ngf (fattore neuronale di crescita), spruzzato appena alla base delle narici dei topi, fa ricordare loro la strada smarrita, l’uscita immediata dal labirinto.

Sosteneva anche che, dopo Ipazia, la filosofa greca fatta a brandelli, le donne non sono poi così cambiate epi-geneticamente, vale a dire nel loro essere sottovalutate. La Montalcini ha aiutato le donne africane attraverso una Fondazione che ha erogato, ed eroga tuttora, molte borse di studio.

Gli psicologi, i grandi della psicoanalisi, lo avevano predetto; Groddeck, grande amico di Freud, diceva che persino la morte era una malattia psicosomatica. Coraggio! Strade nuove e affascinanti si aprono sul cammino della conoscenza. «È tempo di scrollarsi le difficoltà come acqua sulle ali di un’anatra» (Levi Montalcini). Presto ci sarà «la fioritura della conoscenza», come dice il Dalai Lama. Un secondo umanesimo integrale. Nuove visioni. Nuove azioni.

 

© 2017 Itaca srl

Tutti i diritti riservati

Tratto da: Alessandra Lancellotti, Cambiamente. Le proposte di una psicoanalista
e life coach
, Itaca, Castel Bolognese 2017.

[1] L. Brizendine, Il cervello delle donne, Rizzoli, Milano 2007.

[2] L. Amisano, Candore, ExCogita, Milano 2005.

[3] M. Cardinal, Les mots pour le dire, Grasset, Paris 1972.

[4] G. García Márquez, L’amore ai tempi del colera, 1985.

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