Silvio Cattarina: “All’altezza del grido che c’è nel cuore”

Pubblicato il 19 Luglio 2010

L’11 luglio scorso è stato presentato a Pesaro il libro di Silvio Cattarina, «Torniamo a casa. L’Imprevisto: storia di un pericolante e dei suoi ragazzi» (Itaca) nell’ambito della festa per il Ventennale de “L’Imprevisto”, cooperativa sociale di Pesaro per l’accoglienza, la cura e il reinserimento di minorenni e maggiorenni devianti e tossicodipendenti.

Un libro scritto «per dare gloria ai ragazzi, ai loro genitori, alla tradizione, al papà, alla mamma, per dare gloria a Dio. Per dire che non dobbiamo temere, avere paura, anche di situazioni difficili, dure, del dolore, del male…», come ha detto Silvio salutando le oltre 1.000 persone arrivate anche dal Trentino (la sua terra natìa) in un afoso pomeriggio d’estate.

Per conoscere più da vicino Silvio e l’esperienza de L’Imprevisto, vi proponiamo l’intervista a Silvio Cattarina pubblicata venerdì 16 luglio da ilsussidiario.net e commentata da alcune foto della festa del Ventennale dell’11 luglio.
 

Così salvo me e i miei ragazzi dalla malattia del non senso

Vedi la villetta gialla, sede de “L’Imprevisto”, lungo il sonnolento lungomare di Pesaro e non sospetteresti mai che quella tranquillità nasconde vent’anni vissuti con passione, spendendosi senza riserve per ragazzi e ragazze tossicodipendenti, cercando di recuperarli alla vita. Le case della comunità terapeutica di Silvio Cattarina hanno appena compiuto venti anni.
Vent’anni spesi per aiutare gli altri? Neanche per idea. «Credo che qualcosa sia veramente cambiato nella mia vita – dice Cattarina in questa lunga intervista – quando ho capito che dovevo cominciare a sentire di più il bisogno del mio cuore, il desiderio del mio cuore. Per capire bene i ragazzi dovevo capire bene me stesso». È quello il punto nascosto, invisibile ma potente, da sollecitare, da risvegliare nel tentativo di provocare quel «continuo, grande struggimento» che costituisce il lavoro più profondo, il solo in grado di far amare se stessi e rinunciare a buttarsi via. Una storia che Cattarina racconta in Torniamo a casa. L’Imprevisto: storia di un pericolante e dei suoi ragazzi, appena uscito per i tipi di Itaca.

Silvio Cattarina con S.E.R. Mons. Piero Coccia, arcivescovo metropolita di Pesaro, ospite

Perché ha deciso, parecchi anni fa, di dedicarsi ai ragazzi tossicodipendenti, facendo di questo la sua professione?

Fin da molto giovane ho conosciuto dei ragazzi tossicodipendenti e ciò che più mi colpiva di loro, e che allo stesso tempo mi faceva più arrabbiare, era l’espressione che usavano (e ancora oggi adoperano) per definire la loro condizione. Capirete subito anche voi che è tanto sbagliato quanto drammatico, dicevano: «Mi faccio». Chi invece non fa uso di droghe utilizza altre parole come “assumere”, “prendere”, “drogarsi”, ecc. Questa espressione fa capire bene la drammaticità e l’assurdità di quel modo di dire e di fare. Perché non è possibile farsi, farsi da soli. Il bello è avere altri che “ti fanno”: che ti accolgono, che ti aiutano, che ti affascinano. Per questo, più della droga stessa, mi sorprende ciò che sta dietro: il risentimento, la ribellione, la delusione, la rabbia, il lasciarsi andare di questi ragazzi. Ognuno sa che si viene al mondo e si vive in forza di una promessa, di un’attesa. Se questa promessa e quest’attesa non vengono esaudite, pian piano molti si arrabbiano, si ribellano.

Dunque è cominciato tutto perché voleva farsi carico del dramma di questi giovani. Una ribellione che a lei non andava proprio.

È da questo e per questo che ho cominciato a interessarmi dei tossicodipendenti, a darmi da fare per aprire le prime comunità terapeutiche, facendo tanti tentativi. All’inizio abbiamo commesso molti errori perché provavamo a far le cose a partire dai libri, da quello che dicevano gli altri o da quello che avevamo studiato all’università. È facilissimo sbagliare e fare male nel nostro campo. Tantissime cose, invece, ce le hanno insegnate pian piano proprio i ragazzi che tentavamo di aiutare, oppure i loro genitori.

Questo per quanto riguarda l’inizio coi ragazzi. Ma in lei cos’era cambiato?

Credo che qualcosa sia veramente cambiato nella mia vita, con questi ragazzi, nell’impegno preso con loro, appena terminata l’università, quando ho capito che dovevo cominciare a sentire di più il bisogno del mio cuore, il desiderio del mio cuore. Per capire bene i ragazzi dovevo capire bene me stesso. Quindi ho cominciato a sentire e a valutare di più il desiderio del mio cuore. Che cosa desidero da me stesso? Che cosa desidero da questi ragazzi? Tanto che adesso quando un ragazzo nuovo entra in comunità non vedo l’ora di potermi avvicinare, dopo aver lasciato passare i primi attimi perché si ambienti un po’ e si renda conto di dov’è capitato, e con chi è capitato; non vedo l’ora di potermi avvicinare e di potergli dire: «So chi sei, so da dove vieni, so come ti chiami, so quello che hai fatto e ne parleremo, ma tengo soprattutto a dirti una cosa, voglio dirti fin da subito che cosa io desidero: mi aspetto, desidero, che tra te e me, tra te e noi, venga fuori una gran bella cosa. Sta attento, bisogna che ci impegnamo veramente, occorre che il tuo stare qui sia un grande impegno». Penso che se io venissi accolto così, andando in un posto nuovo, sarei felicissimo.

 

Il pubblico presente all'incontro.

In cosa si differenzia L’Imprevisto dalle altre comunità di questo genere?

Quando ho cominciato con la comunità per i minorenni, tutti mi dicevano che non ce l’avrei fatta. Volevamo fare due incontri al giorno e tutti gli psicologi e gli assistenti sociali mi dicevano che non ci sarei riuscito perché i minori non sanno star seduti, che era difficile tenerli a scuola, figuriamoci in comunità. Invece non è stato così! Tutto dipende da come guardi una persona, da quello che tu hai nel cuore, da quello che attendi, da quello che speri nella vita. A un ragazzo si può chiedere veramente tanto. Si può chiedere veramente tanto ai ragazzi: assemblee, incontri, incontri con i familiari; si può chiedere loro di togliere i piercing, la pulizia, i vestiti, che collaborino, che curino il linguaggio, di rinunciare al telefonino, di sospendere con la fidanzata… Tutto questo serve perché la vita dei nostri centri e delle nostre comunità sia veramente un continuo e grande struggimento. In tante comunità, invece, sembra di stare in una discoteca. Quando incontro qualcuno dei ragazzi per il parco o negli uffici o per i corridoi, la sera prima di andare a casa, dico sempre: «Sei contento di essere qua? Tu pensi veramente di essere una cosa preziosissima per noi e per te, o no? Se no, vai via! Prendi questo coraggio fra le mani e vai via, non stare qui, scappa, scappa».

Dunque lei lascia la massima libertà di decidere se far parte dell’Imprevisto. Ma che cosa vogliono veramente i ragazzi?

Le racconto un episodio. Circa trenta anni fa, quando alcuni di noi hanno cominciato questo impegno, una ragazza si era tolta la vita in un bagno della stazione Termini di Roma – la drammaticità della vita, la sua verità, arriva fino a questo punto – lasciando scritto sulla parete: «Ho avuto tutto, il necessario e il superfluo, non l’indispensabile». Desidero che stare coi ragazzi sia un abbraccio continuo. Desidero che il mio stare lì con loro sia un abbraccio, un urto continuo. Desidero che possiamo essere all’altezza del grido che c’è nel cuore di ognuno di noi, perché questo grido bisogna saperlo tirar fuori. È come se dicessi a questi ragazzi: «Impara a gridare, di’ tutto quello che hai nel cuore! A chi dai il tuo cuore? Tira fuori tutte le domande di verità, di senso religioso, tutte le domande che riguardano il senso, il valore della vita, lo studio, il lavoro, la malattia, la morte! Tira fuori tutte queste domande, non aver paura delle domande!». Allo stesso modo io non devo aver paura delle domande che sono nel mio cuore. Una volta non avevamo il coraggio e la forza di guardarci dentro e di guardare veramente dentro al cuore di questi ragazzi.

Quindi, se ho capito bene, la vostra opera educativa ha alla base il guardare i vostri ragazzi non come tossicodipendenti, ma prima di tutto come uomini.

Sì. Non bisogna aver paura delle domande di senso religioso che affiorano; esse esprimono il bisogno di vita e in quanto tali sono educative. Bisogna che la persona sia considerata a un’altezza che arriva fino a questi livelli. I giovani non sono vasi da riempire ma sono fuochi da accendere: forse è una frase da libro Cuore, un po’ ottocentesca, però mostra qual è la nostra responsabilità. Il punto più alto del rapporto, dell’intera vicenda, lo si ha quando questi amici, questi ragazzi arrivano a chiedere: «Tu perché fai questo per me?». Se non arrivano a domandare questo, con molta libertà e con molta forza dobbiamo spingerli a farlo. In molte situazioni bisogna dire tutto e insegnare tutto, senza avere il falso problema di limitare la libertà altrui o di non essere abbastanza delicati. La domanda: «Tu perché fai questo per me?» occorre che venga fuori. Questa domanda secondo me c’entra con l’educazione, c’entra con la scuola, c’entra con i figli, anche con i figli che non hanno problemi.

 

Il palco con gli ospiti. Da sinistra: Giorgio Vittadini, presidente Fondazione per la Sussidiarietà, Silvio Cattarina, Gianfranco Sabbatini, presidente Fondazione Cassa di Risparmio di Pesaro, e il comico Paolo Cevoli.

Che idea si è fatto della natura del disagio che tanti ragazzi sentono oggi? Perché se ne parla spesso, ma difficilmente viene fuori, anche da parte degli esperti, una spiegazione che chiarisca cosa sia effettivamente questo disagio. Parafrasando Mario Luzi, “Di che è mancanza questa mancanza”?

Il disagio c’è, occorre innanzitutto prenderne coscienza, accettarlo, amarlo. È il segno dei nostri poveri tempi moderni. Come si connatura il disagio, almeno quella parte del disagio che ci interessa principalmente affrontare? Quello più evidente ed eloquente, più pubblicamente riscontrabile? Cos’è il disturbo, il chiasso, le grida, gli schiamazzi, che fanno a scuola? Cos’è il non seguire le lezioni, il rispondere, lo sfottere, i giochi fisici che fanno in classe, nei corridoi, il martellare continuo e ritmico delle mani e dei piedi, il rompere gli oggetti propri e della scuola, gli atti di sopruso, di vandalismo, di violenza varia, il bullismo, cos’è?

Lei che cosa risponde?

Si tratta di una grande e perseguita, voluta, spesso inevitabile, vendicatività. In tanto disagio la parte più evidente e centrale è il tasso, la cifra di vendicatività, di cattiveria, di aggressività che si pone in essere, piuttosto che la manifestazione stessa del disagio. Insomma la cosa più rilevante e indicativa è la modalità con cui si esprime il disagio, non il disagio stesso. L’errore più comune che riscontro e che tutti facciamo è quello di fermarsi a questa vendicatività, a questa manifestazione del disagio, senza indagare su quale sia il disagio stesso. Questo spessissimo vale anche per la condizione della tossicodipendenza, della devianza, della delinquenza: il centro del problema è la carica, la virulenza della risposta a qualcosa che si è subìto, che non si può e non si riesce ad accettare e sopportare. Il figlio, il ragazzo, lo studente è un erede, non c’è definizione forse più adeguata di questa. Se viene meno l’eredità, se essa non è più preparata, ci si ribella ferocemente.

Un’eredità? Quella che hanno o peggio non hanno ricevuto da chi li ha educati?

Sì. L’eredità, lo sappiamo, è quel patrimonio, quel corredo di vita, di forza, di coraggio, di passione, di esempio, di entusiasmo, con il quale armarsi per affrontare la vita. Ma se questo patrimonio non viene più passato, tramandato, quel che si ottiene è una ribellione. Si viene al mondo, come dicevo prima, per e con una promessa, con una grande attesa. Se essa viene tradita, allora crolla tutto, anzi addirittura faccio il contrario di quello che dovrei fare. Per questo i tossicodipendenti dicono: «Mi faccio», mi faccio io, mi creo, mi costituisco e costruisco io. Pensate che drammaticità! I ragazzi sono dei traditi, orfani, abbandonati, non è menefreghismo, avversione, mancanza di interesse, di intelligenza. Chi è il ragazzo che non vorrebbe andar bene a scuola? Che non gli piacerebbe? Ma se io sono stato tradito, fregato all’origine da chi avevo di più caro, se mi è stato promesso e poi non ho avuto, come può appassionarmi lo studio? Il tradimento e la paura sono la caratteristica di tanti giovani al giorno d’oggi.

 

Silvio Cattarina e Giorgio Vittadini.

Secondo la sua esperienza, come si riesce allora ad aiutare i ragazzi a superare questo disagio e questa negatività?

Io penso sia opportuno e significativo rivolgere al ragazzo una richiesta alta, grande. Al ragazzo occorre chiedere, da subito, anche per correttezza umana, relazionale e deontologica, tanto e subito; molto e presto. Anche nel linguaggio, nel vestirsi, nei capelli, nelle regole, nella libertà. Altrimenti il ragazzo che valutazione, che paragone, che discernimento, che giudizio può dare rispetto alla proposta, alla esperienza che svolge e che gli viene proposta? Come può un ragazzo essere protagonista se l’invito che riceve non è fermo e saldo? L’esperienza testimonia che i ragazzi, soprattutto il nostro tipo di ragazzi, i deviati, gli abbandonati, gli istituzionalizzati, i traditi, gli orfani, all’inizio rifiutano, talvolta anche violentemente, qualsiasi richiesta precisa e ferma. Ma, più profondamente, essi la aspettano, la invocano, ne hanno bisogno e necessità. Quanta tirannia si vede, da parte dei ragazzi, in tanti centri! Quanto pressapochismo, falso senso dell’autonomia c’è in tante comunità, in tanti luoghi che ospitano i minori. Molto spesso sono i minori a dettar legge, a determinare modi e tempi della convivenza.

Da che cosa dipendono allora le maggiori possibilità di riuscita?

Io credo veramente che ogni serio impegno di valutazione e di verifica del lavoro svolto con i minori e ogni seria attività di coinvolgimento e di protagonismo da parte loro, dentro le nostre e loro esperienze non dipenda innanzitutto dagli strumenti e dall’organizzazione assunta, bensì dall’aspettativa originaria, preventiva; dalla serietà e dalla grande esigenza che a essi si rivolge. Da ciò dipendono e discendono gli strumenti, le modalità e la creatività che con essi si può impiantare, che essi possono e vorranno proporre, che insieme ad essi si può sviluppare.

Dopo tanti anni passati a contatto con migliaia di ragazzi in una vera e propria quotidianità, condividendo tutto, quale pensa sia il fattore che non l’ha mai fatta pensare di abbandonare questo lavoro, nemmeno nei momenti più difficili?

Nel corso degli anni ho capito che ciò che ho incontrato, il bello che ho incontrato nella mia vita, tutte le grazie che ho ricevuto, devono essere di questi ragazzi, devono essere anche per questi ragazzi. Perciò trovo giusto che incontrino anche la mia famiglia, i miei figli e tutti i miei amici. Il vero premio della cura e dell’incontro che avviene con questi ragazzi è che loro possano avere tutto quello che ho incontrato io, non solo la mia stessa persona ma tutto quello ho incontrato. Il nostro lavoro, il nostro stare con questi ragazzi deve essere un’opera d’arte. Un’opera d’arte, un capolavoro. Ma cosa decide, chi decide se una cosa, un lavoro, è un’opera d’arte, uno spettacolo agli occhi di Dio e agli occhi degli uomini? Oggi, perché si parli di opera d’arte, occorre porla in un luogo visibile, affinché sia la gente, il pubblico a decretarne la validità, il successo. Un tempo non importava in quale luogo venisse posta o esposta, perché chi la doveva vedere e chi doveva dire della sua grandezza e utilità era Dio, Dio stesso.

Perché l’ha fatto e che cosa la interessa, in fondo?

In definitiva, io non avevo il progetto di aiutare i tossicodipendenti e non volevo costituire comunità terapeutiche, ma desideravo essere un uomo, desideravo essere una persona e un uomo vero. E oggi desidero vedere, nonostante tutte le cose che si è potuto fare finora, che cosa farà il Mistero, che cosa farà Dio nella mia vita e per la mia vita. L’opera di Dio sulla mia persona. Ciò che è davvero interessante per me è questo.

© ilsussidiario.net

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