La vita come servizio al mondo

Pubblicato il 8 Maggio 2007

Mi sono chiesto tante volte perché i miei fratelli siano geniali imprenditori agricoli ed abbiano per le piante la stessa passione che io ho per i libri. Non ho trovato risposta più convincente di questa, che all’origine di ogni impresa c’è un dono gratuito, un talento che è come una dote che Dio dà all’uomo e che, come nella parola evangelica, può essere messo a frutto o sepolto nel terreno.

Molti anni fa fui colpito da un paragrafo del volume “All’origine della pretesa cristiana” in cui si parla del dono di sé come legge della vita. Scrive don Giussani: “L’esistenza umana si snoda in un servizio al mondo, l’uomo completa se stesso dandosi via, sacrificandosi. (…) La destinazione dell’io essendo il tutto, la sua legge è darsi al tutto. L’uomo, al di fuori della coscienza del tutto, si sentirà sempre prigioniero o annoiato.”

Ma come fa l’uomo a scoprire come darsi al tutto? Prendendo sul serio “ciò che si è”, in primo luogo quella che don Giussani chiama “l’istintività. È ciò che mi trovo addosso, ciò che mi determina, mi attrae, mi stimola. Proprio da questo l’uomo è introdotto al servizio della realtà: da un complesso di dati da cui non può prescindere”.

Tale fattore non basta. Alla lunga finirebbe per intristire, perché di ogni cosa, anche la più grande e la più bella, si scopre il limite. Come è umanamente vera la domanda del Vangelo: “Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero se poi perde se stesso?”, perché non ci si può consegnare ad un particolare, per quanto grande: il cuore umano domanda di più. Quante volte, anche di fronte ai successi, vien da dire: “E allora?” (a maggiore ragione nei momenti difficili).

Perciò risulta fondamentale la seconda annotazione: “Tale attrattiva, stimolo, impulso contingente hanno un fine. Perciò il secondo fattore è la coscienza del fine proprio a questo fascio di istintività… L’uomo a differenza degli animali e delle altre cose è consapevole del rapporto che passa tra il suo emergente istinto e il tutto, cioè l’ordine delle cose. L’ordinare l’istinto allo scopo, cioè al tutto, è il fondamentale dono di sé al tutto: è il cosiddetto dovere, la cui essenza, quindi, non può essere che amore, cioè consegna di sé. (…) Ma non è umano dare se stessi se non a una persona. Il “tutto” in ultima analisi è l’espressione di una persona: Dio. (…) L’agire dell’uomo nel mondo si identifica, nel suo livello più cosciente, con la preghiera. In questo senso non c’è nulla di profano, tutto è collaborazione, dialogo nel grande tempio dell’Essere, di Dio.” (pp. 118-120).

In quest’ultimo decennio dall’esperienza di Itaca ho verificato come questa tensione al tutto, da riprendere continuamente, salvi la mia libertà, perché permette una dedizione a ciò che faccio senza diventarne schiavo, senza soffocare nel particolare. Quanto più questa tensione determina l’ambiente, tanto più il lavoro diventa un ambito di amore, amore a sé, amore all’altro, amore a ciò che si fa, amore al mondo. Amore al Tutto.

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